Primo capitolo… anzi capitolo zero!

In ordine, e in modo sistematico, racconterò cosa è esattamente successo negli ultimi anni.

Tutto iniziò da un semplice articolo di giornale ad un anno prima dalla laurea su un incontro dell’ISPI (istituto politiche internazionali) che per quella volta, invece di tenerlo a Milano, il Globe si tenne a Palermo in un palazzo che da sempre guardo da casa mia. Il Globe promuove i progetti di volontariato nelle zone critiche nel mondo come strumento anche per la propria professione. Testimonianze di ragazzi, che oggi lavorano per il parlamento europeo, raccontano le loro esperienze e come si sono messi in gioco. E insieme ad un’amica andai ad ascoltarli. Lì ci venne spiegato come scrivere un curriculum, e quanto sia importante far risaltare le esperienze all’estero anche se si facevano lavori semplici come piegare maglioni in un negozio di Oxford Street a Londra.

Pochi mesi dopo ero proprio a Londra a studiare l’inglese e a lavorare presso un ristorante francese a Nothing Hill come aiuto cuoco, vivevo in un ostello lì vicino, e mi venne a trovare mia cugina Paola che vive a Milano, ed aveva superato le selezioni per il servizio civile nazionale con progetto all’estero per il Congo.

Un anno dopo,  presi un autobus da Palermo e andai a Roma per il colloquio per il servizio civile con il progetto del Cescproject per Guarulhos in Brasile. Beh non ero sola e c’è da puntualizzarlo perchè in quelle 24h mi sono divertita un sacco con la mia amica Silvia… e sarebbe sbagliato non dirlo.

Non so esattamente cosa mi spinse tanto da voler partire, e fare un’esperienza più intensa. Sicuramente oggi posso confermare che è stata l’esperienza più profonda che io abbia mai vissuto.

Non so se questo sia un bene, perché la società occidentale è basata sul consumismo, e ci si ferma poco a capire se stessi. E inizio ad avere difficoltà a farmi capire dalla gente, più di prima, e oggi è tutto molto sconfortante.

Ricordo quanto ero felice di ricevere la telefonata di Rossano, responsabile dei progetti brasiliani e vicepresidente del Cescproject, nel dirmi che avevo superato il colloquio. Il giorno della selezione ero semplicemente me stessa, come mi suggerì Paola. Oggi nella ricerca del lavoro non mi si permette tale sincerità.

Alle domande dei selezionatori ero serena, e allegra. Sicuramente determinata. Non avevo motivo di scappare dalla famiglia, o da strane situazioni. Non cercavo un viaggio. Non mi è mai mancata l’opportunità. Sapevo solo che era qualcosa che inspiegabilmente volevo fare.

Il Brasile non mi attirava neanche, avevo lo spagnolo e l’inglese fluente. Non conoscevo neanche il portoghese. Volevo solo mettermi in gioco, dare il 100% su qualcosa lontano dal comune. Non dovevo neanche dimostrare qualcosa a qualcuno, neanche a me stessa. Quello che cercavo era solo spazio. Non pensavo di avere istinti materni, dolcezza o qualcosa da poter dare. Ero solo disponibile a mettere a disposizione la mia organizzazione e la mia creatività.

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salire sul treno, biglietti per favore.

Dopo quattro anni, lunghissimi, mi sono rincontrata con due amiche che hanno viaggiato più di me. Mi sono venute a trovare in questo autunno così romantico Milanese. 

Abbiamo parlato della mia esperienza brasiliana di volontariato. Mi ha fatto bene, e male allo stesso tempo. Il Brasile ha la capacità di inventarsi sempre nuove emozioni.

Raccontare le mie foto è stata una condivisione intima. Non me lo si chiedeva da tempo. E spiegare le cicatrici sui volti delle bambine e dire che in effetti erano le cicche di sigarette delle mamme spente sulla pelle mi ha catapultata in un viaggio che avevo lasciato da tempo. Mi hanno molto colpito, perchè pensavo che prima o poi avrei pensato che fosse normale… ma a certe cose meno male non sono mai riuscita ad abituarmi. Forse mi sconvolge il mio tono normale di voce nel raccontare le piccole storie.

Ma non è stato tutto drammatico, non ho imparato solo a piangere, ma soprattutto a ridere sempre. Ad avere fiducia che le cose possono cambiare se noi vogliamo. Ho scoperto che tutti noi alla fine vogliamo essere come bambini che chiedono un abbraccio, e stare in silenzio, e stare sicuri di quell’abbraccio. Siamo bambini carenti perchè questo mondo acido non ci regala più affetto ma solo cose futili. Oggetti che dopo una settimana non hanno più nessuna utilità e invece l’abbraccio che ho ricevuto la settimana scorsa me lo ricordo e come… ricordo ancora gli abbracci degli amici salutati in erasmus nel 2005!

Come sempre la favela è un’ottima terapia.   

Dove con un ritmo frenetico dove sai che tutto è incerto, anzi sei sicuro che sicuramente ci sarà qualcosa che andrà storto, alla fine si trova sempre una soluzione.

Ecco in questo nostro mondo europeo forse abbiamo dimenticato la forza della speranza. Purtroppo sono una persona tenace e vado avanti come un treno tra le mie convinzioni… da un po’ di tempo a questa parte mi sono fermata e avevo dimenticato la mia forza ma mai la mia voglia di ricominciare. Anche perchè c’è magari qualcuno che vuole salire sul mio treno, e la paura è che una volta che sale non gli piace perchè scopre che non voglio più avventurarmi in viaggi intorno al mondo da sola… ma se in compagnia che sia con un valido compagno, che sappia aiutarmi a muovere in tempo i binari, e ad organizzare le sale di questo treno a media velocità ma pieno di ricordi.

la serenità a Milano

Qual è il lato della mia vita reale?

Quando nel 2004 sono stata in Egitto, al rientro, per più di un mese ho sognato quelle statue meravigliose che costeggiavano il Nilo. I monti che circondano Palermo mi sembravano le Piramidi, e mi sembrava anche di avere più confidenza con i mercanti della mia città… 

Quel viaggio mi è sembrato che durasse molto di più di due settimane, trasportavo le immagini, i colori, e i profumi ancora più in là. 

E oggi? Oggi sto a Milano da tanti mesi, e mi sembra di stare ancora in viaggio. Forse perché ho abbandonato da molto tempo il concetto base di casa e quindi ovunque mi va bene. Ovunque trovo pace e serenità è casa. Ma ancora oggi non riconosco nulla di mio. 

Mi rendo conto che dopo tanto vagare ho bisogno di identificare in un arredamento, la mia personalità. E oggi tra le foglie rosse e gialle dell’autunno ho riconosciuto Milano come la città che può regalarmi questa stabilità. 

Un piccolo passo alla volta… verso una vita più normale.

 

riflessioni di ottobre

E’ prestissimo e avevo voglia di scrivere come gli eventi stiano cambiando. Come Paolo Fox aveva annunciato, Ottobre per il mio segno è il mese delle risposte, delle svolte.

E così è arrivata Nicol e prima ancora il lavoro. Quel lavoro che ti permetterà di viziare tua nipote, di mettere quei soldi da parte per tornare in Brasile e che ti aiuterà ad acquistare quella lente fotografica che tanto hai desiderato e che vuoi comprarti da sola. Quel lavoro che ti aiuterà a concretizzare quella fuga che progetti nella pausa pranzo o dopo cena incantandoti con le foto di isole sperdute insieme al tuo ragazzo. Quelle fughe dove vuoi chiudere con il mondo e vivere senza dare spiegazioni della tua felicità, senza sentirti in colpa per quello che fai.

Ottobre è anche il mese del mio compleanno dove più di gennaio faccio le somme. E come al solito, penso.

Per fortuna o no, già da tempo mi addormento riflettendo sulla giornata trascorsa, da come mi sono svegliata, quello che ho fatto, chi ho sentito, se quello che potevo fare l’ho fatto e se dormo nel posto giusto. E poi piano piano mi addormento cercando un po’ di calore dal mio compagno. 

Quest’anno mi sono lasciata trascinare dagli eventi. La disoccupazione mi ha un po’ disorientata ed ero irriconoscibile per chi mi conosce da anni. Così che ho preso quel tempo forzato per imparare ad essere felice, a permettersi il lusso nell’era dei social network di pubblicare le foto solo quando mi andava. Non m’importava di seguire quelle regole di marketing che forse mi avrebbero fatto comodo, ma anche se i social network sono importanti, alla fine non sono reali. Puoi essere un buon oratore, un buon fotografo o un buon grafico, ma se non conosci la gente, allora tutto quello che fai non ha senso.

Spesso Facebook e altri mi sembrano come la finestra che da sul cortile e dove la gente urla qualcosa. Qualcuno viene ascoltato, altri meno. Qualcuno dice che ha sentito, altri fanno finta. 

Ma si sa oramai fanno parte della nostra vita. Siamo una nuova generazione. Come magari per i miei genitori è stato il telefono, e le chiamate chilometriche. Come i miei nonni le lettere tramite le cugine (che non sempre le consegnavano). 

Quindi lavoro o no, non è più una questione di vendersi come guru di qualcosa, ma chi sei. E non importano le foto vecchie. Sono le foto che ci sono che anche se sono datate 2001 sono presenti. Certo la foto di quando si era piccoli fa tenerezza e si capisce… ma per esempio le foto che non ti rispecchiano più né come taglio-composizioni, né con chi eri, se sei nella foto, non hanno senso di esistere. 

Volutamente non ho mai messo foto con i bambini brasiliani, perché li ho sentiti come se fossero miei figli. Ed è una cosa che nessuno può capire fino a quando non si trova in quei posti. Quindi per favore, non fatemi la morale che non è lo stesso di una madre vera. Fino ad oggi non ho avuto altri figli. Fino ad oggi ho conosciuto solo quel tipo di affetto. Fino ad oggi sono state le persone che più di chiunque altro mi hanno protetta e insegnato a sorridere. 

Chi c’era alla mia mostra di aprile ha visto qualche ritratto, qualche sguardo che volutamente non ho voluto pubblicare su nessun social network. Non mi interessa dire se sono brava o meno. Cercare un’approvazione da chi non sa la storia, da chi non vuole spostarsi per conoscere. 

La fotografia è solo un mio strumento per esprimermi. Chi mi vuole ascoltare lo fa già. Però negare ripeto l’importanza dei social è anche una stupidità- Bambinata o no, alla gente piace curiosare e quello che mostriamo è quello che vogliamo che sappia. Quindi non ci sono regole. Solo buon senso per il rispetto di tutti… Ma per favore se avete dai 12 ai 21 anni non mettetevi a pubblicare link sull’importanza delle cose che avete perso… ancora è presto per parlare di esperienza di vita o di grandi drammi. Chiudete FB, uscite di casa e andatevi a mangiare un gelato, che la vita ancora deve essere vissuta. E io? Torno a dormire. 

i lunghi giorni di agosto

I giorni in Agosto in Sicilia, si sa, sono caldi ed è un calore che mi riscalda per tutto l’anno.

In questi giorni di Agosto sono tornata a Palermo dove il tempo scorre lento, tanto lento che la spazzatura si accumula e ci si dimentica a ritirarla dai cassonetti e magari ormai fa parte del paesaggio. Tanto lento che non ci si accorge che fuori c’è un mondo nuovo sensibile all’ecologia e alle energie rinnovabili. “Inquinamento???? Ma che dici Leonora?”

Anche lo spazio è dilatato, e non ci si cura se si è invadenti sullo spazio altrui. Si trova parcheggio in posti adibiti ad un uscite per carrozzine, cicche di sigarette in spiaggia, il palermitano medio estende obrelloni-tende per mettere il tavolo con la teglia di pasta al forno (col forno) vantandosi al telefono “Sugnu ao Malik a Cefalù come un signiuri… gente fina—“, e soprattutto ci si sente autorizzati ad urlare ovunque e qualsiasi cosa.

Si tollerano i bambini che urlano parolacce in acqua disturbando chi come me è convinto di andare al mare per ascoltare le onde, e ci si ritrova dentro ad un mercato ambulante di sguaiataggine.

Chi ama davvero la Sicilia è chi viaggia, e ci torna ma poi si rattrista vedendola violentata giorno per giorno. E sembra che sia impossibile vedere un cambiamento diverso da chi la abita per davvero, perchè non ci si accorge come per esempio Palermo sia così degradata.

Tempo fa, una mia amica del Veneto si è trasferita a Palermo per amore, e mi raccontava che non sapeva come spiegare ai nuovi amici siciliani come non buttare la carta per terra, perchè si sa, lei è la polentona e quindi già in pregiudizio, che poi di cosa non si sa. Ah si, è vero, i polentoni si sentono tutti con il loro accento tiski toski!

Lei è una ragazza onesta e sincera e non capiva il contrasto continuo di come allo stesso tempo gli stessi amici si vantavano della Palermo bene, che usciva per posti raffinati la sera. Per me Palermo è una sola. E’ una donna dai facili costumi, stuprata da tutti perchè tanto lo fanno tutti.

E riflettevo quanto sia assurdo il tempo per me stessa. Di come le cose siano cambiate invece in fretta da quando non vivo più qui. Da quanto la mia famiglia sia cambiata tristemente. E anche da quanto sia cambiato il mio senso di famiglia.

Nella realtà sicula vivo i contrasti della gente che va in Chiesa ma poi che ostenta ricchezza perchè deve apparire… insomma sembriamo un po’ americani anni 90′, insomma demodè e non vintage. Mi si dice anche che questo succede in Sicilia ma un po’ ovunque qui giù dove il sole bacia tutti 8 mesi l’anno. E io voglio ancora sorprendermi di questo. Come anche del concetto del mio e tuo in una coppia o delle cose che non si dicono ma si danno per scontate, una volta il sud era fatto di gente che rispettava dove abitava, o no?

Ora, “strana” come una personcina mi ha definita, lo sono sempre stata.

Strana per l’accento e il modo di parlare, strana per i gesti, strana per la guida (un po’ sportiva, ma seguo il codice stradale alla perfezione), strana per come mi vesto, strana perchè non so pensare come tutte le altre, strana perchè mi piace viaggiare in qualsiasi modo e ultimamente in moto, strana perchè penso che la carne dia più sostanza della pasta, strana perchè mi piace lavorare ma anche fare le cose di casa.

Però noto che almeno a sto mondo non sono sola.

Non sono l’unica a indignarsi davanti ad un fazzolettino di carta buttato a terra o ad una macchina posteggiata come il re della strada, non sono l’unica che impara usi e costumi della gente che sta fuori senza pensare che palermitano è meglio a tutti costi, non sono l’unica che punta al dialogo ma quando vede che non vale la pena sprecare altro fiato se ne fa una ragione e va avanti invece di farne una scenata da cortile, non sono l’unica a voler sentire un amico lontano così una mattina qualunque e sapere come sta, non sono l’unica a voler centrare il rapporto di coppia sul dialogo e l’ascolto alleggerendo la nostalgia con una risata e un bacio, non sono l’unica che pensa che se si è da soli è un dramma.

E ora che il tempo infinito sta per scadere mi rendo conto che io mio tempo trascorso doveva essere passato così. Senza troppi sforzi, con qualche lacrima e risa, qualche serata passata con quei 4 amici di sempre che si sono meritati questo appellativo per aver sopportato negli anni i miei mutamenti. Tra i kraffen sfornati, e le panelle e croquette fritte cerco di chiudere una valigia piena di bottiglie per brindare al mio rientro con chi vuoi o non vuoi fa parte del tuo giorno per giorno giù al nord.Il Faro di Cefalù

la mia indipendenza

Dannata me.

Sono dannata perchè per troppo tempo ho provato a scomparire… a diventare invisibile.

Ma io non posso esserlo, perchè respiro, vivo ed esisto. In quanto persona vivente, penso e purtroppo succede anche questo, che ho provato a parlare.

Purtroppo i miei genitori mi hanno educata sbagliata. No comoda come dice qualcuno.

Beh si anche la maggior parte della mia famiglia (non quelli stretti come i miei genitori e mio fratello) mi definirebbe no comoda… ma per due significati diversi.

Il primo No comoda, sta a significare che non mi aspetto nulla da nessuno, nessun favore se non mi permetto di chiederlo ovviamente in gentilezza. Esempi:

Voglio un bicchiere d’acqua e devo attraversare una casa, se non addirittura scendere al piano di sotto, beh io non lo chiedo se qualcuno lo prenda per me, ma ci vado sola senza lagne… beh io l’ho sentita la gente lagnare anche per queste cose che reputo stupide.  Oppure seconda versione chiedo se gentilmente mi venga preso un bicchiere d’acqua, ma proprio devo essere in una situazione o di profondo relax oppure in piena crisi di studio, o anche con i dolori mestruali che non mi lasciano in pace.

Un altro esempio è quello dei passaggi in macchina. Mi spiego. Se sono a Palermo e ho la possibilità di prendere una delle macchine dei miei io esco con la macchina mia. Come per esempio al matrimonio di Ester e Salvo, chi era presente al ristorante può dire anche che ero pure vestita elegante e con i tacchi (beh non proprio tutto il tempo).

Dio quanto mi mancava essere indipendente alla guida. Ammetto mi sono persa per un attimo ma meno male so usare il GPS… o al limite la cartina di Palermo (si, cammino sempre con la cartina della città che dove sto). Altrimenti, chiedo se qualcuno può gentilmente e per favore accompagnarmi, accettando il no e perchè no, usare l’autobus…. che non è mai morto nessuno.

Ecco ora passiamo all’altro No comoda, un po’ più pesante.

No comoda, in sicilia e nei film americani, significa che quella persona è appunto scomoda, perchè è pensante, perchè è una mina vagante. Io non penso di essere così dannosa se dico la verità. Io prego ogni giorno di conoscerla sempre. Ma non si può avere il controllo di tutto e quindi devo avere fede che le cose sono come le vedo. Purtroppo c’ho preso di più con le mie seghe mentali-intuizioni che con quello che mi diceva la gente.

Sono stata No comoda per tantissima gente, e per evitare, per perbenismo oggi mi sento invisibile. E più falsi amici e parenti leggono il mio blog, io sparisco di nuovo. Ho pensato addirittura di cambiare blog per mandarli tutti a fanculo, ma che soddisfazione ci sarebbe?

ImmagineHo iniziato anni fa a scappare, a viaggiare come una trottola, perchè già ad allora essere me stessa era scomodo per qualcuno e non mi andava di far soffrire la gente.

Perchè con il tempo ho capito che la verità piace solo a me.

Eppure neanch’io riesco più a dirla. Ma anche non dico bugie. Semplicemente sto in silenzio.

Nella vita di tutti giorni opprimo le mie amiche, analizzo i problemi, urlo, mi arrabbio spesso ultimamente, ma non affronto il problema reale. Io e la mia invisibilità.

Non mi voglio neanche concedere dei momenti di felicità e crederci perchè penso che non sia reale. Perchè mi hanno mentito in tanti.

Dannata me appunto. Perchè se mia madre invece di farmi i discorsi della Superdonnamodernaevincente mi avesse fatto diventare un po’ più zoccola forse ero più brava a fare la parte della cretina sia nel lavoro, che in famiglia o nelle relazioni con la gente. E oggi magari lavoravo, non avevo parenti che spiano, e sicuramente addomesticata da un pinopallino.

papaveri e lavanda nella strada verso casa.

In queste settimane non mi sono fermata un attimo.

Sto seguendo un corso di aggiornamento su alcuni software di grafica che mi assorbono totalmente. Non ho neanche il tempo di godermi il magnifico tramonto che si sente dal mio balcone. E per il fine settimana mi lascio rapire e trasportare tra le campagne emiliane. E’ primavera e dopo la neve di gennaio inizio a sbocciare in questa che è la mia città.

Milano è proprio ricca di gente e di situazioni. Noto che c’è una ragazza di fronte al mio balcone che sempre alla stessa ora sta in cucina, si prepara la sua cena, e mangia… sola. Sento delle coppie urlare mentre litigano. E molta altra gente che si perde nella propria solitudine. Eppure Milano è una Signora che non ti lascia mai davvero solo. Bisogna saper perdersi anche sotto la neve e semplicemente lasciarsi andare.

pasqua con la valigia

ImageOggi 8 Aprile 2012 è pasqua. Nella religione cattolica significa resurrezione, e cambiamento. Si commemora la resurrezione di Cristo. Come festa l’ho sempre vista molto triste. Perché prima di resuscitare Cristo subisce le peggiori delle agonie da parte della società e dei suoi cari. Sicuramente tutti conoscono la storia, e io non sono degna di raccontarla, né di approfondirne i testi. 

La mia diffidenza non mi aiuta a capire che l’uomo può cambiare. E in meglio. Forse perché ho visto troppe cose senza regole etiche e morali. Cose che sono impensabili per il mio carattere, non è detto che lo siano per altri.

Da tre anni festeggio la pasqua lontana da casa. Qualche maligno direbbe “e certo l’hai voluto”, ma tanto sono lontana anche standoci. Il primo anno l’ho festeggiato con il viaggio post-laurea in Spagna in quella che si è rivelata la mia seconda famiglia. In un posto dove sembravano i personaggi di Macondo in “Cent’anni di solitudine”, e il libro c’entra proprio visto con chi ero e dov’ero.

L’anno dopo invece tornavo a Guarulhos da un fine settimana passato nella Ilha do Mel nel Paranà (si invidiatemi). E lì già dovevo prendere coscienza che c’era qualcosa che non andava nella mia corazza troppo spessa. Ma la luna, la marea e i percorsi tortuosi notturni mi hanno fatto capire che davvero posso fare di tutto, anche scalare a piedi nudi una montagna fatta di bolle di sapone dopo aver fatto un bagno nell’oceano alle 4 del mattino. E si, l’ho fatto.

L’anno scorso ero a Guarulhos. L’ho passato con la mia famiglia brasiliana. Insieme alle suore. Le mitiche suore. Se non sbaglio poi abbiamo fatto un giro in favela e tra tanti bimbi per strada cercavo M. E., ma tutti quei volti, tutti quei occhi non potevano sapere che milioni di persone si riuniscono una domenica in primavera e mangiano agnello e bevono vino in onore della pasqua. Per quei occhi, un giorno vale l’altro, e se c’è agnello, pesce o formaggio non importa. Almeno c’è un pasto la domenica, giorno solito al forzato digiuno.

Quest’anno sto a Milano, preparando la valigia per la mostra che sarà il 13 a Palermo. e di sera volo. 10 lunghissimi giorni dove potrebbe accadere di tutto. Ma alla fine so solo che mi dedicherò alla mostra e alla famiglia. Il resto sta a Milano.

I cambiamenti che vorrei sono altri. Certo scrivendo e ricordando della favela mi vengono in mente altri cambiamenti più sociali, ma penso anche a dei cambiamenti personali. Come giovane professionista, donna, amante, artista e figlia. E speriamo bene!

Auguri.