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Il mio nome è Leonora. In poche parole non posso e non saprei descrivermi. Io mi esprimo attraverso le immagini. Vi invito a sfogliare il blog per sapere qualcosa di più about me.

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Dia a Dia: Oggi sono tornata al mio primo giorno a San Paolo.

13 Ottobre 2009

E’ proprio vero che le giornate durano secoli.

Quante cose abbiamo fatto oggi? Peccato per il tempo!!! Troppo freddo.

Per iniziare, dopo una buona colazione a base di latte brasiliano e pane di mais, ci siamo preparati per andare a Sao Paulo. Peccato che ogni volta che stavamo per uscire ci accorgevamo che mancava una cosa e abbiamo fatto avanti e indietro per venti minuti. Per fortuna gli autobus qui sono frequenti. Prossima fermata: Turcuruvì.

La prima volta su un autobus brasiliano non si scorda mai. Gli Onibus (autobus in portoghese) corrono e sorpassano senza pietà se poi per strada qui è pieno di dossi di cemento alti 60 cm si vola anche.

Ne esistono di due tipi qui a San Paolo. Quelli blu grossi simili a quelli europei, e poi ci sono quelli più piccolini tipo furgoncino con la porta scorrevole. Il cobrador è il nostro controllore e direttamente ti vende i biglietti ma non ha solo questo ruolo. Il combrador negli onibus piccoli è l’addetto all’apertura dello sportello in corsa annunciando urlando le fermate anche per chi è alla fermata già a distanza di 100 metri. Un’esperienza indimenticabile appunto!

Lungo la strada lasciavo i miei occhi vagare per i vicoli grigi di Guarulhos. Salite ripidissime e curve strette ci hanno fatto vivere piccoli istanti di paura, e spesso ho pensato: “Ora l’autobus si rovescia”.

A fine corsa scoprimmo di essere tutti interi e abbiamo iniziato il giro in metro. Tra l’altro la preferisco a quella di Roma. Soprattutto per la gentilezza della gente.

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Dopo una breve visita alla Cattedrale, sempre sulla piazza della stessa, ci siamo incontrati con Josè, la nostra guida occasionale. Persona gentilissima e allegra. Grazie alla nostra tutor per avercelo presentato.

Sao Paolo mi è piaciuta, ma nonostante i colori e i contrasti tra la natureza e i grattacieli, cerco ancora questi famosi colori che tutti mi dicono del Brasile. Ho notato confusione, molta di più che stare a Ballarò. Come al mercato dell’oggettistica per l’artigianato in praça de la Republica, oppure lungo il ponte e in particolare in rua 25 de Março un vero tempio per il fai da te. Molti palazzi non sono ben intonacati. Altri invece sono ben definiti da colori sgargianti. Purtroppo c’è tanta povertà e palazzi fatiscenti.

Ho capito perché le donne brasiliane sono famose per il loro fondo schiena, tutto è dovuto per le salite ripide nelle loro città e camminando a piedi è un ottimo esercizio fisico per i glutei! Dopo un pranzetto con panini tipici abbiamo continuato a camminare per la città fino a Libertade dove ci siamo salutati con la nostra guida, con la promessa di incontrarci un’altra volta magari per andare a ballare con i suoi amici la samba.

Dopo una piccola visita al quartiere giapponese siamo rientrati a Guarulhos, intenzionati a finire di trovare le cose che più ci interessavano. Purtroppo non abbiamo trovato un adattatore per le nostre prese.

Quando siamo tornati in struttura, ci siamo un po’ rilassati. La lentezza dei brasiliani mi fa un po’ paura.

Abbiamo tentato di fare un bucato senza danni. Però Suor Ma. tra tante istruzioni ha dimenticato di avvisarci su un piccolo particolare.

Ora mi spiego. Il bucato lo fanno in due apparecchi. Uno per l’ammollo, e l’altro per il risciacquo e la centrifuga. Quello che ha omesso è che conservano l’acqua del risciacquo per pulire la scuola, in un contenitore che già era trasbordante. Così dopo cena, quando siamo andati a riprendere i panni per stenderli, ci siamo ritrovati in una nuova Venezia. Mentre Angelo salvava la lattuga che stava a terra, io venivo ad avvisarvi. Ero davvero preoccupata, invece Suor Ma. del Nicaragua si è fatta una risata. Un’altra lezione: Se il “danno” è fatto, perché essere arrabbiati??? Basta. Si fa una risata e si va avanti.

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Quindi ci siamo messi a togliere l’acqua e successivamente a stendere i panni nel terrazzo. Per ora mi concentro molto sulla sintonia con Angelo. Conoscerlo è un altro pezzetto di questa avventura. Decisamente Angelo è la persona più surreale che io abbia mai conosciuto. Stiamo iniziando ad osservarci come due fratelli che si guardano le spalle.

Mi ha confidato che spera di trovare un’altra sistemazione, io per ora non mi trovo male, però se lui già capisce che non è il caso di rimanere un anno dalle suore, vedremo di capire se c’è una soluzione utile.

Domani andremo per la prima volta in favela. Ho già i brividi. Un milione di dubbi e paure. Sarò all’altezza? Imparerò in fretta il portoghese? I bambini mi vorranno bene?

primo Dia a Dia: arrivo in Brasile.

Quello che segue è il primo capitolo dei miei due anni in Brasile. Attraverso il mio dia dia (diario giorno per giorno) racconterò le mie piccole avventure brasiliane durante il servizio civile.
Il servizio civile è uno dei progetti più belli che l’Italia ha. E’ l’opportunità di crescere come esseri umani e quindi come cittadini migliori.
Spero che dopo la mia lunga permanenza qualcosa mi sia rimasto e oggi ho proprio bisogno di ricordarmelo per non perdermi di vista.
Siccome la mia storia coinvolge delle persone reali ho sostituito i loro nomi con altri.
Il nome del mio compagno di avventure è stato sostituito con quello di mio nonno.
Quest’ultimo grandissimo uomo delle mie avventure palermitane che mi ha cresciuta tra ironia e maldestrità.

11 ottobre 2009

Caro Dia Dia,

siamo arrivati a Parigi da Roma, e i controlli e i francesi lenti, non ci hanno permesso di perdere il volo per San Paolo. Primo imprevisto. E lì, come ti raccontavo prima, mi sono sorpresa calma, rispetto al mio compagno di avventura. Ero davvero preoccupata per Angelo e per le sue reazioni. A me non piace la gente che alza la voce, mi rende nervosa. Lì per lì, proposi di fare un giro per Parigi, cosa che l’ha tranquillizzato. Infine, ragionando, tanta era la paura di perdere anche il volo successivo che siamo rimasti 12 ore all’aeroporto. Da lì è iniziata la sfida per il fumo. E’ nata per caso. Mi ritrovo quindi a tenere le sue sigarette. In realtà poco mi importa se una persona fuma o meno. Non è il fumo che non mi piace, ma il concetto in sé. La dipendenza da un oggetto fatto di erbe essiccate, catrame e carta. Non mi piace che la gente abbia delle dipendenze perché le rende non libere.

Quindi abbiamo passato 12 ore provando a dormire in quelle sedie rigide, prendendo in giro i francesi, e conoscendoci. Di certo il dialogo non ci manca. Abbiamo sempre voglia di raccontarci. Spero che ne avremo sempre.

Alla fine, abbiamo preso il volo. Non ci sembrava vero.

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12 ottobre 2009

L’alba del primo giorno in Brasile l’abbiamo vista in aereo da un pezzo di finestrino. La frase di Angelo è stata “Città a perdita d’occhio”, ecco questa è Guarulhos dall’alto. Sinceramente da Palermo quando avevo letto del progetto che si sviluppava a Guarulhos, città dell’aeroporto principale dell’America Latina un po’ ingenuamente mi aspettavo un posto tipo Punta Raisi… Ecco il primo scontro con il cambiamento dei propri punti di riferimento. Guarulhos è abitata da 4 milioni di abitanti. 

Dopo il cambio finalmente un volto amico. Infatti c’era la nostra responsabile del progetto, Marta. Da lì l’incontro con Suor Ri., che da subito mi fa troppa simpatia. Una donnona massiccia. Mentre ci portava in macchina osservavo i mille punti che potevano essere di riferimento, ma ci vorrà un po’ per orientarmi.

Ancora non ho visto tanti colori. Cioè forse è la città urbana di Guarulhos che non da spazi ai famosi colori brasiliani. Dopo una dolce accoglienza da parte delle suore è stato bello potersi fare la doccia nella mia nuova casa. Una scuola enorme con un giardino con le palme e alberi di frutti tropicali.

Dopo un pranzo abbondante, siamo crollati nel sonno più profondo. E per sera siamo qui, a scrivere nella stanza comune dove c’è una telenovela su Palermo e il Brasile.

Prima in cucina, una suora si è messa a parlare in brasiliano… e abbiamo capito più o meno il filo del discorso. Forse un giorno io e Angelo parleremo tra noi in brasiliano.

Sono affascinata dalle scatole colorate che le suore stanno preparando per il giorno dei professori. Mi piace che ci sia una festa per quasi ogni cosa. Infatti in questi giorni la scuola è chiusa per una festa nazionale. La festa da criança, cioè la festa che ricorda dell’importanza dei bambini e dei loro diritti all’interno della società. Qui in Brasile è come se si volesse apprezzare ogni cosa e persona che ci circonda. Soffermarsi ogni tanto, e pensare e ringraziare chi ci sta vicino è importante perché non ti fa perdere il senso delle cose. Voglio imparare anch’io un giorno come si fa… corriamo troppo su cose superficiali nel nostro “Primeiro Mundo”.

E la sensazione che ho, è un senso di umanità molto forte dovuta alla sensibilità di queste donne tutto fare. Come mi fa notare il mio compagno di avventure “Donne al servizio di Dio 24h su 24”.

Ora vado. Ci vediamo domani. Domani Sao Paulo.

Buona notte.

quando ero cieca

ImmagineCi sono cose che non posso dimenticare, perché dimenticarle significherebbe tradirmi e tradire.

Come dimenticare per esempio tutti i quei piedini nudi che attraversano pozzanghere e fogne in cerca di giochi e pesciolini, fuggendo da una realtà che non può essere reale.

No, quella vita ti dici non è vera, sia per me che l’ho vista con occhi da spettatrice, che con l’anima di un ragazzino che si chiede, perché sono nato in una favela a ridosso del fiume-fogna Dutra? In realtà me lo sono chiesto io, quando poco prima il mio unico problema era cambiare la carta da parati della mia cameretta, troppo piena di mobili, troppo pieni di vestiti e libri.

Eppure ho scoperto l’altro lato della medaglia e iniziare a pensare che Graças a Deus ci sono bambini che non sono nati per strada, almeno hanno una baracca con allaccio alla luce, Neia (la cuoca dell’asilo) che prepara la manioca fritta, e lì incontreranno sempre qualcuno che mi riempirà di coccole e carezze, mica come un Francisco qualsiasi davanti a Praça da Sè.

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La cecità è comoda, perché dovremmo affrontare fin troppe colpe e vergognarci ogni qual volta che abbiamo guardato con aria di sufficienza una persona in difficoltà. C’è chi preferisce farsi vittima dei propri problemi, c’è chi invece vuole sentirsi migliore. Tutti concetti relativi.

Che poi la mia più grande difficoltà si riassume in una frase che un mio amico pochi giorni fa mi disse “fare i comunisti con il culo degli altri”. Si, è proprio questo che mi da fastidio. Votare a sinistra, dire che sei comunista, quando di operaio in te non c’è nulla, anzi lo dici con orgoglio che mammina di porta la colazione a letto. Oppure votare a destra, quando la destra ti ha inculato pure lei con i suoi contrattini di lavoro, le casse integrazioni e le privatizzazioni.

Ecco perché non posso dimenticare tutti quei piedini che lavavo pieni di fango e strane ferite. Quei piedini appartenevano a piccoli angeli da un sorriso immenso. Cioè nonostante tutto loro ridevano e si davano da fare, per imparare a sognare e a voler bene il proprio vicino. Quei sorrisi trovarli a Milano mi è stato molto difficile, ma non impossibile. Mi fanno insomma ben sperare che un poco di raziocinio arriverà prima o poi. 

Primo capitolo… anzi capitolo zero!

In ordine, e in modo sistematico, racconterò cosa è esattamente successo negli ultimi anni.

Tutto iniziò da un semplice articolo di giornale ad un anno prima dalla laurea su un incontro dell’ISPI (istituto politiche internazionali) che per quella volta, invece di tenerlo a Milano, il Globe si tenne a Palermo in un palazzo che da sempre guardo da casa mia. Il Globe promuove i progetti di volontariato nelle zone critiche nel mondo come strumento anche per la propria professione. Testimonianze di ragazzi, che oggi lavorano per il parlamento europeo, raccontano le loro esperienze e come si sono messi in gioco. E insieme ad un’amica andai ad ascoltarli. Lì ci venne spiegato come scrivere un curriculum, e quanto sia importante far risaltare le esperienze all’estero anche se si facevano lavori semplici come piegare maglioni in un negozio di Oxford Street a Londra.

Pochi mesi dopo ero proprio a Londra a studiare l’inglese e a lavorare presso un ristorante francese a Nothing Hill come aiuto cuoco, vivevo in un ostello lì vicino, e mi venne a trovare mia cugina Paola che vive a Milano, ed aveva superato le selezioni per il servizio civile nazionale con progetto all’estero per il Congo.

Un anno dopo,  presi un autobus da Palermo e andai a Roma per il colloquio per il servizio civile con il progetto del Cescproject per Guarulhos in Brasile. Beh non ero sola e c’è da puntualizzarlo perchè in quelle 24h mi sono divertita un sacco con la mia amica Silvia… e sarebbe sbagliato non dirlo.

Non so esattamente cosa mi spinse tanto da voler partire, e fare un’esperienza più intensa. Sicuramente oggi posso confermare che è stata l’esperienza più profonda che io abbia mai vissuto.

Non so se questo sia un bene, perché la società occidentale è basata sul consumismo, e ci si ferma poco a capire se stessi. E inizio ad avere difficoltà a farmi capire dalla gente, più di prima, e oggi è tutto molto sconfortante.

Ricordo quanto ero felice di ricevere la telefonata di Rossano, responsabile dei progetti brasiliani e vicepresidente del Cescproject, nel dirmi che avevo superato il colloquio. Il giorno della selezione ero semplicemente me stessa, come mi suggerì Paola. Oggi nella ricerca del lavoro non mi si permette tale sincerità.

Alle domande dei selezionatori ero serena, e allegra. Sicuramente determinata. Non avevo motivo di scappare dalla famiglia, o da strane situazioni. Non cercavo un viaggio. Non mi è mai mancata l’opportunità. Sapevo solo che era qualcosa che inspiegabilmente volevo fare.

Il Brasile non mi attirava neanche, avevo lo spagnolo e l’inglese fluente. Non conoscevo neanche il portoghese. Volevo solo mettermi in gioco, dare il 100% su qualcosa lontano dal comune. Non dovevo neanche dimostrare qualcosa a qualcuno, neanche a me stessa. Quello che cercavo era solo spazio. Non pensavo di avere istinti materni, dolcezza o qualcosa da poter dare. Ero solo disponibile a mettere a disposizione la mia organizzazione e la mia creatività.

salire sul treno, biglietti per favore.

Dopo quattro anni, lunghissimi, mi sono rincontrata con due amiche che hanno viaggiato più di me. Mi sono venute a trovare in questo autunno così romantico Milanese. 

Abbiamo parlato della mia esperienza brasiliana di volontariato. Mi ha fatto bene, e male allo stesso tempo. Il Brasile ha la capacità di inventarsi sempre nuove emozioni.

Raccontare le mie foto è stata una condivisione intima. Non me lo si chiedeva da tempo. E spiegare le cicatrici sui volti delle bambine e dire che in effetti erano le cicche di sigarette delle mamme spente sulla pelle mi ha catapultata in un viaggio che avevo lasciato da tempo. Mi hanno molto colpito, perchè pensavo che prima o poi avrei pensato che fosse normale… ma a certe cose meno male non sono mai riuscita ad abituarmi. Forse mi sconvolge il mio tono normale di voce nel raccontare le piccole storie.

Ma non è stato tutto drammatico, non ho imparato solo a piangere, ma soprattutto a ridere sempre. Ad avere fiducia che le cose possono cambiare se noi vogliamo. Ho scoperto che tutti noi alla fine vogliamo essere come bambini che chiedono un abbraccio, e stare in silenzio, e stare sicuri di quell’abbraccio. Siamo bambini carenti perchè questo mondo acido non ci regala più affetto ma solo cose futili. Oggetti che dopo una settimana non hanno più nessuna utilità e invece l’abbraccio che ho ricevuto la settimana scorsa me lo ricordo e come… ricordo ancora gli abbracci degli amici salutati in erasmus nel 2005!

Come sempre la favela è un’ottima terapia.   

Dove con un ritmo frenetico dove sai che tutto è incerto, anzi sei sicuro che sicuramente ci sarà qualcosa che andrà storto, alla fine si trova sempre una soluzione.

Ecco in questo nostro mondo europeo forse abbiamo dimenticato la forza della speranza. Purtroppo sono una persona tenace e vado avanti come un treno tra le mie convinzioni… da un po’ di tempo a questa parte mi sono fermata e avevo dimenticato la mia forza ma mai la mia voglia di ricominciare. Anche perchè c’è magari qualcuno che vuole salire sul mio treno, e la paura è che una volta che sale non gli piace perchè scopre che non voglio più avventurarmi in viaggi intorno al mondo da sola… ma se in compagnia che sia con un valido compagno, che sappia aiutarmi a muovere in tempo i binari, e ad organizzare le sale di questo treno a media velocità ma pieno di ricordi.

la serenità a Milano

Qual è il lato della mia vita reale?

Quando nel 2004 sono stata in Egitto, al rientro, per più di un mese ho sognato quelle statue meravigliose che costeggiavano il Nilo. I monti che circondano Palermo mi sembravano le Piramidi, e mi sembrava anche di avere più confidenza con i mercanti della mia città… 

Quel viaggio mi è sembrato che durasse molto di più di due settimane, trasportavo le immagini, i colori, e i profumi ancora più in là. 

E oggi? Oggi sto a Milano da tanti mesi, e mi sembra di stare ancora in viaggio. Forse perché ho abbandonato da molto tempo il concetto base di casa e quindi ovunque mi va bene. Ovunque trovo pace e serenità è casa. Ma ancora oggi non riconosco nulla di mio. 

Mi rendo conto che dopo tanto vagare ho bisogno di identificare in un arredamento, la mia personalità. E oggi tra le foglie rosse e gialle dell’autunno ho riconosciuto Milano come la città che può regalarmi questa stabilità. 

Un piccolo passo alla volta… verso una vita più normale.

 

riflessioni di ottobre

E’ prestissimo e avevo voglia di scrivere come gli eventi stiano cambiando. Come Paolo Fox aveva annunciato, Ottobre per il mio segno è il mese delle risposte, delle svolte.

E così è arrivata Nicol e prima ancora il lavoro. Quel lavoro che ti permetterà di viziare tua nipote, di mettere quei soldi da parte per tornare in Brasile e che ti aiuterà ad acquistare quella lente fotografica che tanto hai desiderato e che vuoi comprarti da sola. Quel lavoro che ti aiuterà a concretizzare quella fuga che progetti nella pausa pranzo o dopo cena incantandoti con le foto di isole sperdute insieme al tuo ragazzo. Quelle fughe dove vuoi chiudere con il mondo e vivere senza dare spiegazioni della tua felicità, senza sentirti in colpa per quello che fai.

Ottobre è anche il mese del mio compleanno dove più di gennaio faccio le somme. E come al solito, penso.

Per fortuna o no, già da tempo mi addormento riflettendo sulla giornata trascorsa, da come mi sono svegliata, quello che ho fatto, chi ho sentito, se quello che potevo fare l’ho fatto e se dormo nel posto giusto. E poi piano piano mi addormento cercando un po’ di calore dal mio compagno. 

Quest’anno mi sono lasciata trascinare dagli eventi. La disoccupazione mi ha un po’ disorientata ed ero irriconoscibile per chi mi conosce da anni. Così che ho preso quel tempo forzato per imparare ad essere felice, a permettersi il lusso nell’era dei social network di pubblicare le foto solo quando mi andava. Non m’importava di seguire quelle regole di marketing che forse mi avrebbero fatto comodo, ma anche se i social network sono importanti, alla fine non sono reali. Puoi essere un buon oratore, un buon fotografo o un buon grafico, ma se non conosci la gente, allora tutto quello che fai non ha senso.

Spesso Facebook e altri mi sembrano come la finestra che da sul cortile e dove la gente urla qualcosa. Qualcuno viene ascoltato, altri meno. Qualcuno dice che ha sentito, altri fanno finta. 

Ma si sa oramai fanno parte della nostra vita. Siamo una nuova generazione. Come magari per i miei genitori è stato il telefono, e le chiamate chilometriche. Come i miei nonni le lettere tramite le cugine (che non sempre le consegnavano). 

Quindi lavoro o no, non è più una questione di vendersi come guru di qualcosa, ma chi sei. E non importano le foto vecchie. Sono le foto che ci sono che anche se sono datate 2001 sono presenti. Certo la foto di quando si era piccoli fa tenerezza e si capisce… ma per esempio le foto che non ti rispecchiano più né come taglio-composizioni, né con chi eri, se sei nella foto, non hanno senso di esistere. 

Volutamente non ho mai messo foto con i bambini brasiliani, perché li ho sentiti come se fossero miei figli. Ed è una cosa che nessuno può capire fino a quando non si trova in quei posti. Quindi per favore, non fatemi la morale che non è lo stesso di una madre vera. Fino ad oggi non ho avuto altri figli. Fino ad oggi ho conosciuto solo quel tipo di affetto. Fino ad oggi sono state le persone che più di chiunque altro mi hanno protetta e insegnato a sorridere. 

Chi c’era alla mia mostra di aprile ha visto qualche ritratto, qualche sguardo che volutamente non ho voluto pubblicare su nessun social network. Non mi interessa dire se sono brava o meno. Cercare un’approvazione da chi non sa la storia, da chi non vuole spostarsi per conoscere. 

La fotografia è solo un mio strumento per esprimermi. Chi mi vuole ascoltare lo fa già. Però negare ripeto l’importanza dei social è anche una stupidità- Bambinata o no, alla gente piace curiosare e quello che mostriamo è quello che vogliamo che sappia. Quindi non ci sono regole. Solo buon senso per il rispetto di tutti… Ma per favore se avete dai 12 ai 21 anni non mettetevi a pubblicare link sull’importanza delle cose che avete perso… ancora è presto per parlare di esperienza di vita o di grandi drammi. Chiudete FB, uscite di casa e andatevi a mangiare un gelato, che la vita ancora deve essere vissuta. E io? Torno a dormire. 

i lunghi giorni di agosto

I giorni in Agosto in Sicilia, si sa, sono caldi ed è un calore che mi riscalda per tutto l’anno.

In questi giorni di Agosto sono tornata a Palermo dove il tempo scorre lento, tanto lento che la spazzatura si accumula e ci si dimentica a ritirarla dai cassonetti e magari ormai fa parte del paesaggio. Tanto lento che non ci si accorge che fuori c’è un mondo nuovo sensibile all’ecologia e alle energie rinnovabili. “Inquinamento???? Ma che dici Leonora?”

Anche lo spazio è dilatato, e non ci si cura se si è invadenti sullo spazio altrui. Si trova parcheggio in posti adibiti ad un uscite per carrozzine, cicche di sigarette in spiaggia, il palermitano medio estende obrelloni-tende per mettere il tavolo con la teglia di pasta al forno (col forno) vantandosi al telefono “Sugnu ao Malik a Cefalù come un signiuri… gente fina—“, e soprattutto ci si sente autorizzati ad urlare ovunque e qualsiasi cosa.

Si tollerano i bambini che urlano parolacce in acqua disturbando chi come me è convinto di andare al mare per ascoltare le onde, e ci si ritrova dentro ad un mercato ambulante di sguaiataggine.

Chi ama davvero la Sicilia è chi viaggia, e ci torna ma poi si rattrista vedendola violentata giorno per giorno. E sembra che sia impossibile vedere un cambiamento diverso da chi la abita per davvero, perchè non ci si accorge come per esempio Palermo sia così degradata.

Tempo fa, una mia amica del Veneto si è trasferita a Palermo per amore, e mi raccontava che non sapeva come spiegare ai nuovi amici siciliani come non buttare la carta per terra, perchè si sa, lei è la polentona e quindi già in pregiudizio, che poi di cosa non si sa. Ah si, è vero, i polentoni si sentono tutti con il loro accento tiski toski!

Lei è una ragazza onesta e sincera e non capiva il contrasto continuo di come allo stesso tempo gli stessi amici si vantavano della Palermo bene, che usciva per posti raffinati la sera. Per me Palermo è una sola. E’ una donna dai facili costumi, stuprata da tutti perchè tanto lo fanno tutti.

E riflettevo quanto sia assurdo il tempo per me stessa. Di come le cose siano cambiate invece in fretta da quando non vivo più qui. Da quanto la mia famiglia sia cambiata tristemente. E anche da quanto sia cambiato il mio senso di famiglia.

Nella realtà sicula vivo i contrasti della gente che va in Chiesa ma poi che ostenta ricchezza perchè deve apparire… insomma sembriamo un po’ americani anni 90′, insomma demodè e non vintage. Mi si dice anche che questo succede in Sicilia ma un po’ ovunque qui giù dove il sole bacia tutti 8 mesi l’anno. E io voglio ancora sorprendermi di questo. Come anche del concetto del mio e tuo in una coppia o delle cose che non si dicono ma si danno per scontate, una volta il sud era fatto di gente che rispettava dove abitava, o no?

Ora, “strana” come una personcina mi ha definita, lo sono sempre stata.

Strana per l’accento e il modo di parlare, strana per i gesti, strana per la guida (un po’ sportiva, ma seguo il codice stradale alla perfezione), strana per come mi vesto, strana perchè non so pensare come tutte le altre, strana perchè mi piace viaggiare in qualsiasi modo e ultimamente in moto, strana perchè penso che la carne dia più sostanza della pasta, strana perchè mi piace lavorare ma anche fare le cose di casa.

Però noto che almeno a sto mondo non sono sola.

Non sono l’unica a indignarsi davanti ad un fazzolettino di carta buttato a terra o ad una macchina posteggiata come il re della strada, non sono l’unica che impara usi e costumi della gente che sta fuori senza pensare che palermitano è meglio a tutti costi, non sono l’unica che punta al dialogo ma quando vede che non vale la pena sprecare altro fiato se ne fa una ragione e va avanti invece di farne una scenata da cortile, non sono l’unica a voler sentire un amico lontano così una mattina qualunque e sapere come sta, non sono l’unica a voler centrare il rapporto di coppia sul dialogo e l’ascolto alleggerendo la nostalgia con una risata e un bacio, non sono l’unica che pensa che se si è da soli è un dramma.

E ora che il tempo infinito sta per scadere mi rendo conto che io mio tempo trascorso doveva essere passato così. Senza troppi sforzi, con qualche lacrima e risa, qualche serata passata con quei 4 amici di sempre che si sono meritati questo appellativo per aver sopportato negli anni i miei mutamenti. Tra i kraffen sfornati, e le panelle e croquette fritte cerco di chiudere una valigia piena di bottiglie per brindare al mio rientro con chi vuoi o non vuoi fa parte del tuo giorno per giorno giù al nord.Il Faro di Cefalù

è arrivata l’estate… ma va?

Bene, anche qui a Milano si respira l’aria di estate…. anzi dal caldo non si respira proprio.

Sono iniziati i saldi e ieri pomeriggio al Duomo li vedevo in giro, centinaia di turisti intenti ad approfittare dei super sconti. Per me i più evidenti sono i brasiliani. Si distinguono in modelli (davvero bei ragazzi) e coppie di turisti, lui si riconosce perchè indossa la maglietta del Brasile, casomai la moglie non dovesse vederlo tra la folla, cosa c’è di meglio di una bella maglietta gialla?

E poi, mentre andavo ad incontrare qualcuno a San Babila, sotto i portici sento una musica che mi trasporta dall’altro lato della Terra.

Perchè ci stiamo 3 anni a imitare la moda Brasiliana sia musicale che sulla moda?

I colori fluo che impazzano dentro i negozi sono un esempio. Come il fatto che nel 2010 avevo comprato uno smalto fucsia ma se lo mettevo lo scorso anno in estate le mie amiche mi guardavano per dire cose del tipo “Ma… non è troppo forte?”. Come anche gli infradito, sempre regalo di nozze invece dell’anello, che ho dell’ultima collezione mai arrivata in Italia delle Havaianas. Rigorosamente con colori accesi. Appena rientro a Palermo li vado a riprendere, e diventeranno le mie scarpe dell’estate.

Ma torniamo alla musica. Il Rebolation.

Quando è uscito sto pezzo ero lì a Guarulhos e lavoravo con i bambini. E loro, allegri e ben vivaci, impazzivano per queste sonorità. Ovviamente Rebolation ha un doppio significato e le suore non erano molto felici di vederci cantare questa musica. Oggi, anche se devo ammettere che è un po’ tasciulidda, mi fa sentire come se tutto ha un proseguimento. Come se i sorrisi e gli sguardi delle mie bambine mentre mi insegnano i passi mi accompagnano anche in quest’estate italiana.

Il video è proprio Brasile, e ci crede nessuno se dico che sicuramente hanno preso gente per strada, e le donne sono davvero così toniche e sorridenti? E il cantante? E’ un comune brasiliano che troveresti ovunque?

Proprio un bel tormentone estivo. E personalmente mi fa stare bene.

http://www.youtube.com/watch?v=ONuvTjFCuJ4